Quando un editore sceglie il primo autore di una nuova collana, lo fa perché è convinto di tracciare una strada e di indicare un modello. Per noi di Omero i Racconti carnivori di Bernard Quiriny sono questo e anche di più. Quiriny ci ha convinto con la forza della sua prosa e ci ha divertito con la brillantezza della sua immaginazione. Ci siamo sorpresi a seguire i suoi personaggi lungo percorsi che si muovono da un picco narrativo all’altro, da un’idea all’altra. Ma i suoi racconti non sono un repertorio di trovate letterarie, che pure non mancano, piuttosto ognuna delle sue storie apre squarci surreali e produce rivelazioni profonde nel tessuto grigio del quotidiano. Non si può dimenticare tanto facilmente un personaggio come Pierre Gould. Nè si può rimanere indifferenti leggendo il finale di Qui habet aures… Se leggere è un’esperienza, dopo aver attraversato il fantastico mondo di Quiriny possiamo dire di aver davvero sperimentato qualcosa di nuovo, intenso e raro come lo Zveck, inquietante come una Venere Acchiappamosche. Nei Racconti carnivori di Quiriny risuonano e parlano tra loro i grandi autori del repertorio fantastico recente e classico (da Julio Cortàzar a Tommaso Landolfi, da Marcel Aymè a Thomas de Quincey arrivando fino a Ovidio), ma già si sentono molto bene le idee e le invenzioni di quegli scrittori che da tutto il mondo ben presto verranno a fargli-farci compagnia nel nostro grande e ideale spazio fantastico.
La musica che si sparge nell’aria
Gli abitanti della regione la chiamano «la musica che si sparge nell’aria», gli scienziati venuti a osservare il caso parlano di un fenomeno acustico inspiegabile: qual è dunque questa aria melanconica che su una fascia di terra pietrosa di qualche centinaio di metri quadrati, non lontano da Prince Rupert, risuona nelle orecchie degli escursionisti senza che ci sia la minima orchestra né il minimo altoparlante nel raggio di cinquanta chilometri? I primi a sentirla furono dei botanici americani andati là per raccogliere delle erbe e dei muschi rari. «Mentre eravamo nel pieno della raccolta, dopo meno di un’ora, in un silenzio completo, racconta uno di loro, ho sentito il suono di un violino. Ho guardato attorno a me ma non ho visto altro che i miei colleghi curvi verso il terreno; sembravano non rendersi conto di nulla. Ho cominciato a essere inquieto. Ho fatto loro segno di raggiungermi; vicino a me, anche loro hanno sentito il violino, poi tutta l’orchestra, un piano, una viola e un violoncello. Abbiamo prima creduto a uno scherzo e abbiamo battuto il bosco alla ricerca di un magnetofono ma, dopo una mezz’ora, ci siamo dovuti arrendere all’evidenza: eravamo soli sulla spiaggia, e la musica non veniva da nessun posto. Abbiamo anche constatato che la musica non copriva che un perimetro ben definito: per sentirla bisognava tenersi nei limiti stretti di una striscia di terra. Non appena si usciva di un solo metro non si sentiva più che il vento e la risacca dell’oceano in lontananza.»
La voce si è sparsa come un mucchietto di polvere e tutti gli abitanti della regione sono venuti a constatare il fenomeno con le loro orecchie. Preoccupata per la salute delle popolazioni (benché nessuno abbia manifestato il minimo segno di malessere o di sordità) la polizia ha provvisoriamente sbarrato l’accesso al sito e sollecitato il parere degli esperti. È sbarcato un esercito di scienziati. Degli studiosi di acustica hanno passato tre giorni a misurare le caratteristiche del suono, senza riuscire a trovarne l’origine; uno di loro è ripartito affermando che «non può esistere ciò che non esiste»; dei geologi hanno eseguito un carotaggio nel sottosuolo e hanno portato via dei campioni di terra per esaminarli; degli psicologi hanno verificato che l’orchestra non fosse un’allucinazione collettiva; dei musicologi infine hanno identificato la musica come un’improvvisazione sul primo Quartetto in sol minore per piano e archi di Brahms, «di un bel virtuosismo», secondo loro.
Allettata dalla prospettiva di un affare commerciale, una casa discografica di Vancouver ha inviato suoi ingegneri sul posto per registrare l’orchestra. Ahimé, la musica non si è fatta catturare sui loro nastri magnetici, come se si rifiutasse di essere ascoltata altrove che nel suo spazio naturale. Gli ingegneri hanno allora imballato di nuovo i loro microfoni e la casa discografica ha cancellato il suo progetto. Degli altri “catturatori di suono” si sono avvicendati, hanno tentato in tutti i modi di ritrasmettere alla radio questa musica che si sparge nell’aria, invano. Per sentirla non c’è che una soluzione: recarsi a Prince Rupert, valersi dei sentieri tracciati dalla municipalità per canalizzare le onde di curiosi e mettersi da qualche parte nel rettangolo magico delimitato da quattro picchetti di legno. Nel giro di qualche secondo si percepiranno le prime note della musica confermando che coloro che la definiscono sublime non hanno mentito. Nel cammino si incrocerà forse Jim: dall’inizio della vicenda questo simpatico ragazzo passa il suo tempo a percorrere a grandi passi la zona per essere il primo a trovarsi sul posto quando l’orchestra deciderà di estendere la sua attività al di là dei limiti attuali. «Non c’è alcuna ragione che ci vieti di approfittarne, a noi abitanti di Prince Rupert, spiega. Per il momento la musica non occupa che qualche decina di metri quadrati, è vero; ma presto, potete credermi, si sentirà in tutta la Colombia britannica, poi in tutto il Canada, poi su tutto il continente americano. E un giorno risuonerà nel mondo intero, e anche su Marte e su Nettuno. Ovunque ci si trovi e qualunque cosa si faccia ci si bagnerà in questa musica stordente che non si ferma mai, neanche di notte.» Jim resta silenzioso un istante, riflette guardando le nuvole e aggiunge: «Ci si abituerà, è sicuro. Ci si abituerà talmente che si finirà per non farci più caso. Alla fine non la si sentirà più del tutto. E tutto sarà tornato come prima.»
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